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Ultimo film visto in tv uno spezzone di Jerry Maguire
... al cinema L'era glaciale 3
... in dvd/divx/vhs Io e Marley...
Coly sta leggendo ... Vanity Fair?...
Pap sta leggendo ... The Venus De Milo Murders...
Coly sta studiando per la tesi con Pap
Pap sta studiando per la tesi
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5 ottobre 2011
Pranzo per mamma Angela - 02 ottobre 2011
Salve a tutti. Era quasi un anno che mancavo dal blog, ma ogni tanto mi rifaccio viva. Con tutto il lavoro che c'è da fare è sempre meno il tempo per dedicarsi alle cose che amiamo, alle nostre passioni, ma ogni occasione è buona per riprovarci. Quest'anno, colta la palla al balzo dell'onomastico di mamma, ne ho approfittato per dedicarmi alla cucina. Il mio aiutante chef, è stato di fondamentale aiuto nella preparazione della ormai collaudata cheesecake e delle tartine. Proprio queste hanno infatti aperto il nostro pranzo domenicale. Protagonista la cucina, la tavola, dalla tovaglia ai segnaposto fioriti.

ANTIPASTO: TARTINE ALLE CREME
Un modo molto semplice, ma sfizioso e colorato per cominciare un pranzo. Ci siamo serviti di pancarrè, ritagliato, per le tartine e per le creme abbiamo scelto te gusti: erbe, salmone e prosciutto cotto. Il procedimento è lo stesso per tutte, compreso l'utilizzo della ricotta, cambia ovviamente l'ingrediente e la quantità di latte per rendere più o meno densa la crema nel processo di del "mixer". Quando le creme saranno pronte, mettetele in frigo per farle rassodare.
PRIMO PIATTO: CREPES CON BESCIAMELLA, ZUCCHINE & SPECK
Innanzitutto prepariamo le crepes. Gli ingredienti per 10-15 persone sono:
- 10 uova;
- 10 cucchiai di farina;
- 10 mezzi gusci d'uovo con latte;
- 1 pizzico di sale;
- 80 g di burro sciolto.
Le dosi su indicate sono calcolate sulla base del numero di persone. Consideriamo che per ogni uovo, più o meno, vengono fuori 2 crepes.
Cominciamo sbattendo le 10 uova con la farina, un cucchiaio per volta, per evitare la formazione di grumi. Piano piano aggiungiamo il latte nel mezzo guscio d'uovo, che avremo conservato. In chiusura, il burro sciolto da mixare al tutto. Copriamo con un panno l'impasto e lasciamo riposare per 10-15 minuti.
Intanto scaldiamo una padella per crepes di dimensione media, una noce di burro e col mestolo versiamo l'impasto, quando la padella si è scaldata abbastanza. Facciamo cuocere da un lato, finchè non si solidifica l'impasto e si riesce a staccare, dopodichè, giriamo la nostra crepe e procediamo allo stesso modo anche dall'altra parte. Disponiamo le crepes su un canovaccio asciutto man mano che sono pronte e le lasciamo raffreddare.

Procediamo intanto con il ripieno. Ci occorrono:
- 7-8 zucchine;
- 100 gr di speck;
- 150 gr di formaggio Asiago;
- 250 g ricotta fresca;
- mezza cipolla;
- olio q.b.;
- besciamella.
La besciamella l'ho preparata la sera prima, per questioni di tempo, usando 500 ml di latte e ad occhio, in base alla densità della crema, ho aggiunto, burro, farina, noce moscata e pizzico di sale.
Preparazione del ripieno:
Mettere in una padella antiaderente un filo d'olio e far rosolare la cipolla tagliata fine; nel frattempo tagliare le zucchine a cubetti e aggiungerli nella padella. Far cuocere il tutto per circa 15 minuti, aggiustare di sale.
Intanto adagiare lo speck a fette nelle crepes e frullare l'Asiago con l'aggiunta di latte per ottenere una cremina.
Procedere col ripieno delle crepes, aggiungendo alla fetta di speck, un cucchiaio di besciamella, un pezzetto di ricotta, un po' di zucchine ed arrotolare ogni crepe a forma di cannellone. Intanto, prepariamo una teglia da infornare con un abbondante strato di besciamella, poi le nostre crepes farcite poi ancora uno strato di besciamella, l'Asiago frullatoprecedentemente sulla parte estrema, e per finire, pane grattuggiato per l'effetto gratinato. Cuocere in forno caldo a 180° per circa 30/40 minuti.
Il dolce, la cheesecake, la trovate già in qualche ricetta di qualche tempo fa. Intanto posto le foto finali:
La tavola apparecchiata

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27 settembre 2010
The Box di R. Kelly

Visto prima il film e poi il cortometraggio "La pulsantiera", basato sul racconto del 1970 di Richard Matheson, Button, Button. L'idea di base è davvero carina; non si discosta tanto dal cortometraggio il film, riuscendo comunque ad allungare la trama e soffermandosi più attentamente sulla coppia protagonista. Devo dire, che la giovane sposa del corto, l'ho trovata alquanto detestabile, per il suo atteggiamento, per come è stata presentata. In "The box" davvero buona l'interpretazione di Cameron Diaz. Questa misteriosa capsula racchiusa nella scatola, rappresenterebbe una sorta di sfida per la coppia, un giocare con la loro curiosità. Basta usare la chiave, aprire la capsula, premere quel pulsante per...diventare ricchissimi. Niente di più facile...certo! Se la condizione non fosse far morire qualcuno che non si conosce, in qualsiasi parte del mondo. Il giochino sembrerebbe facile, la curiosità è troppo forte, la curiosità è "donna" ed entrambe le protagoniste (del corto e del film) cedono e premono quel pulsante.
La trovata geniale nel film sta in una frase detta dal marito alla moglie, che mi ha dato tanto da pensare: "Quanto puoi dire di conoscermi realmente"? Questa, si collega alle parole del Sig. Steward, quando dice che uno sconosciuto morirà.
E se il sistema continuasse all'infinito? Se ci fossero altre coppie a ricevere la visita del Sig. Steward? Se quei prossimi sconosciuti a rimetterci la pelle, fossimo proprio noi?
Il cortometraggio finisce in maniera improvvisa, lasciando allo spettatore il dubbio ed una sorta di sorriso beffardo sulla incontrollabilità ed imprevedibilità del destino, ma soprattutto sul "cosa sarebbe stato se non avessi mai premuto il pulsante?".
Nel film viene offerta una possibilità di redenzione,viene coinvolto il figlio della coppia, la moglie dovrà fare qualcosa per salvarlo. Ma ormai il genere umano ha ceduto, è caduto nel peccato e volente o nolente, questo segnerà la sua vita.
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27 settembre 2010
Somewhere di S. Coppola

Somewhere, il film di Sofia Coppola, che si è aggiudicato il "Leone di Venezia, ci mostra la storia dell'attore hollywoodiano Johnny Marco. Assistiamo alla rappresentazione di un mondo fatto di lusso e di una realtà costruita sugli eccessi. Non vi sono valori puri, onesti e sinceri, la vita scorre senza particolare entusiasmo, nonostante il protagonista abbia e possa pretendere tutto ciò che vuole.
La storia è palesemente, la storia di un uomo e della sua solitudine. L'unica inseparabile amica di vita è la Ferrari scura e il rombo del suo motore.
L'ingresso da parte della figlia adolescente nell'esistenza dell'uomo, pare toccarlo solo marginalmente. Forse è questo che personalmente non mi ha preso del film. Avrei preferito un maggiore coinvolgimento emotivo con uno o più personaggi, avrei optato per una reazione da parte del protagonista, in un ricongiungimento. Ma tutta la storia non è riuscita a toccarmi, nel modo in cui piace a me, o come riescono altri film.
Ma evidentemente la staticità della pellicola è un effetto voluto dalla regista, (ricordo Lost in traslation, ma almeno quello l'ho trovato divertente e spiritoso) che prova proprio a mostrare una storia in cui non c'è storia. Nulla si smuove, nulla cambia, o forse il finale abbandono della Ferrari, ci lascia intendere che qualcosa potrebbe cambiare.
Il fim girato in parte anche in Italia, vede la presenza personaggi italiani, tra cui Laura Chiatti, Nino Frassica, Valeria Marini e Simona Ventura. La scena dei Telegatti, tra il ridicolo e divertente, ma non rende in fase di doppiaggio, perchè parlano tutti la stessa lingua.
Per molti sarà stato un bellissimo film davvero, ma è un parere personale: non mi ha coinvolto.
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somewhere
| inviato da colypap il 27/9/2010 alle 14:22 | |
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27 settembre 2010
Inception di C. Nolan

Un film che ha diverse ambientazioni, dall'Europa, al Marocco, al Canada ed un cast che ha tanti volti, tante età.
Il tutto era già stato pensato anni addietro, ma solo adesso Nolan è riuscito a trovare il momento ed il modo giusto per dare una forma compiuta a quel progetto. Cobb, è un abile ladro e truffatore, ma a quanto pare, non siamo più di fronte al Di caprio di "Prova a prendermi", per intenderci; adesso il protagonista entra nei sogni delle vittime e li raggira, provando a rubarne interessanti informazioni (estrazione). C'è qualcosa che però inevitabilmente entra in gioco, come elemento di disturbo, anche quando a sognare sono gli altri e non Cobb. Sono i suoi ricordi ed il suo passato che gli fanno continuamente visita, ad interferire con i sogni. Seppur parta già nel bel mezzo di un sogno, quasi a volere farci confondere dal principio, tutta la prima parte del film è una sorta di presentazione dei personaggi e dei metodi adottati per il viaggio nel subconscio. Nella parte centrale invece, a Cobb viene offerta la possibilità di tornare a casa, tentando quello che dà il titolo al film, "l'innesto", l'impianto di una propria idea nel subconscio altrui. Cobb ha bisogno di liberarsi dai sensi di colpa che lo assalgono e che tornano, sotto le sembianze dell'adorata moglie scomparsa, ogni volta egli tenti di entrare nei sogni degli altri. Quest'operazione, quella dell'innesto, (che arriva a coinvolgere un gruppo "addestrato" di persone) può diventare pericolosa, se non ci si sveglia in tempo.
Ad un certo punto ci troviamo davanti a vari livelli di ambientazione, vengono compiuti diversi viaggi, perchè diverse sono le persone che stanno sognando assieme. Un bel po' di richiami a cui, consapevolmente o inconsapevolmente, Nolan si è ispirato. Matrix, per l'idea di fondo e la mancanza di gravità che fa lievitare i personaggi, ma a me, molto ha ricordato Shutter Island. Sarà la presenza di Di Caprio e il ruolo che viene dato al protagonista, quest'ossessione nei confronti della persona amata scomparsa, la non distinzione tra sanità mentale e pazzia, tra sogno e realtà.Un film che fa sicuramente pensare al subconscio, a cosa è in grado di fare la nostra mente, quando non controllata, all'affascinante e misterioso mondo dei sogni, nei quali tutto diventa possibile e sembra così reale.
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8 settembre 2010
Shrek Forever After di M. Mitchell

A differenza del terzo episodio della saga di Shrek, quest' ultimo capitolo, si è rivelato più divertente ed interessante. Abbiamo seguito l'orco buono sin dagli inizi. Ora alle prese con la routine familiare, Shrek si scopre stanco della solita musica e desidererebbe tanto poter tornare indietro, alla sua vita da orco "vero".
Ma scendere a patti con esseri infimi e malvagi, come Tramortino, porta sempre ad esiti infelici.
Certo, sono argomenti e problemi, quelli sollevati, visti e rivisti, ma lo spettatore tende a divertirsi di più, quando ci sono le solite trovate buffe, a riflettere, quando tutto pare perduto, solo per un capriccio dell'orco.
Sempre divertenti i momenti rappresentati dalle gag tra Shrek e Ciuchino, il suo migliore amico, che ora non ricorda più nulla dell'orco. Ancora più sofferta è la scoperta che anche Fiona, la sua amata, sua moglie, e la madre dei suoi figli, non sappia nemmeno lontanamente lui chi è . Da qui, tutta la strada appare in salita, una salita irta verso la riconquista di quei tesori posseduti e disdegnati.
Ovviamente, nonostante il 3D stia spopolando in tutto e per tutto, ci è parso opportuno evitarlo.
Una piacevole visione questo Shrek 4, ma consiglierei agli autori, di evitare di proporci ancora la vita dell'orco, che va al di là con gli anni, fino alla vecchiaia. Con quest'episodio preferirei pensare alla chiusura di un ciclo.
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1 giugno 2010
La nostra vita di D. Luchetti

Il film italiano che ha partecipato al Festival di Cannes 2010 e che ha visto vincere come attore Elio Germano, si è rivelato avere davvero le qualità per poter essere lì e per premiare un attore che davvero merita. Altri nomi del cast vanno da Raoul Bova, Luca Zingaretti, a Stefania Montorsi e Isabella Ragonese, sono tutti ben assortiti, personaggi e storie o comunque la "storia" perno del film. Tutto pare scorrere per il verso giusto: lavoro e famiglia, compaiono da subito al centro di ogni vita. Ma chi più e chi meno, riesce a realizzarsi su entrambi i fronti. Vediamo ad esempio il personaggio di Raoul Bova, che da sempre nell'immaginario collettivo, è considerato come lo "sciupafemmine" della situazione. Nel film di Lchetti invece è presentato come un uomo, solo, solo nella casa dei genitori defunti, solo col suo lavoro,le sue abitudini e un bagaglio di conoscenze "pratiche" da non poter trasferire a qualcuno che lo completi realmente. Ho parlato di storia e non di storie, perchè ogni personaggio è legato al protagonista "Claudio" (Elio Germano) da vincoli familiari, di amicizia e reciproca stima e rispetto, in questo mondo crudele. Il mondo che viene presentato è quello degli operai, dei lavoratori dei cantieri edili, in gran parte extra-comunitari, che sudano e faticano per guadagnarsi da vivere ogni giorno. Quando il destino sottrae a Claudio l'amore, la sua fonte di gioia, allora il giovane proietta tutte le sue energie proprio sul lavoro, anche a costo di grossi errori o di rovinarsi.
Ci troviamo davanti ad un uomo, con tre figli da mandare avanti e degli affari a volte un po' troppo rischiosi. Un giovane uomo che non parla mai di ciò che è fonte del suo dolore ma che lo sente e lo pensa in ogni istante, osservando quella casa e quei tre doni dal cielo. Intorno a lui, avvertiamo la presenza di un gruppo di persone sincere e affettuose, pronte a qualsiasi sacrificio per aiutarlo. I momenti più toccanti del film sono stati sicuramente all'inizio, con la canzone "Anima Fragile" di Vasco Rossi che fa da sottofondo al funerale. Tutto il resto è: Claudio nel mondo del lavoro, Claudio che vuole guadagnare, che vuole dare ai figli anche ciò che non ha e Claudio che si trova a prendere la vita come una sorta di sfida.
Anche Gabriela, la donna rumena, che cambierà la vita di qualcuno nel corso del film, fa un'osservazione molto giusta, e se vogliamo praticamente reale, cioè: gli italiani sono preoccupati continuamente dal voler dimostrare di avere soldi.
E in effetti anche i piccoli dialoghi tra i vari personaggi, le occasioni per trascorrere un po' di tempo assieme sono incentrate sui soliti discorsi, e persino la vita di Ari(Luca Zingaretti), il vicino di Claudio costretto su una sedia a rotelle, conosce un'unica via, seppur non retta, per tirare avanti. Tutto si concentra attorno al "Dio Denaro".
cinema
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operai
| inviato da colypap il 1/6/2010 alle 11:49 | |
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16 maggio 2010
Torta ricotta e pere

Ingredienti per i due dischi di biscotto:
4 albumi di uova 120 g zucchero a velo 120 g nocciole tritate
Ingredienti per il ripieno:
75 g zucchero 30 g acqua 1 albume d'uovo 6 g colla di pesce 300 g ricotta 300 g panna 250 g pere sciroppate a pezzettini 20 g zucchero a velo
Preparazione
Frullare le nocciole in polvere fine passandole al mixer. Montare gli albumi a neve con un pizzico di sale e lo zucchero a velo, fino ad ottenere un composto molto compatto. Infine aggiungere le nocciole tritate. Usare due teglie della stessa dimensione per versarvi il nostro composto, quello che andrà a formare i dischi di biscotto. Attenzione a coprire le teglie con la carta da forno prima della cottura, che durerà circa 1 ora alla temperatura di 140°C. Nel frattempo preparare il necessario per la crema di ricotta e pere. Sciogliere lo zucchero semolato con 30 g di acqua in un pentolino. Mettere la colla di pesce in ammollo in acqua fredda finchè non si ammorbidisce, dopodichè farla sciogliere. In un recipiente montare l'albume d'uovo, versando nel frattempo lo sciroppo ottenuto dallo zucchero sciolto; in un altro recipiente lavorare la ricotta rendendola cremosa. Aggiungere poi l'albume montato, le pere (possono tanto essere usate delle pere fresche, tagliate a cubetti e cotte in padella peru na decina di minuti; tanto delle pere sciroppate già pronte), la colla di pesce ed infine la panna montata assieme ai 20 g di zucchero a velo. Quando i dischi infornati sono pronti, lasciarne uno sul fondo della teglia, versare la crema preparata e chiudere il tutto con il secondo disco. La torta va messa in freezer almeno per 4 ore prima di essere passata in frigorifero e servita. Anche in questi casi la teglia a cerniera risulta molto utile e semplice da usare. Di solito si consiglia di tenere la torta quanto più possibile in freezer (anche dalla sera prima) per rendere la crema molto compatta, quasi della consistenza di un gelato. Per la decorazione, servirsi di abbondante zucchero a velo da spolverare e di una pera da tagliare a fettine.
dolci
torte
ricotta
pere
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| inviato da colypap il 16/5/2010 alle 16:30 | |
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16 maggio 2010
Milk tart

Ingredienti
3 cucchiai di burro 250 g di zucchero 250 g di farina 3 tuorli d'uovo 3 albumi d'uovo 1 pizzico di sale 1 cucchiaio di lievito in polvere 1 bustina di vanillina 1 litro di latte 1 stecca di cannella
Preparazione
Preriscaldare il forno a 190° circa. In un contenitore versare il burro precedentemente sciolto in un pentolino ed aggiungere un po' per volta lo zucchero. Con l'aiuto di una frusta elettrica, mixare. Aggiungere in sequenza gli ingredienti, cominciando dai tuorli d'uovo e la farina (quando il composto diventa più spumoso) il lievito, il sale e la vanillina. Infine, versare il latte un po' per volta. In un recipiente a parte montare a neve gli albumi e aggiungerli al composto mescolando semplicemente con un cucchiaio, in modo da spargere la schiuma sulla superficie. Imburrare una teglia alta, versare il tutto e infornare. Dopo 25 minuti circa, portare la temperatura a 160° e continuare a cuocere la torta per altri 25/30 minuti. A fine cottura effettuare un piccolo foro al centro della torta, con l'aiuto di uno stuzzicadenti, per verificare se è pronta. La nostra torta può essere servita sia calda che fredda. Noi abbiamo usato delle fragole per decorarne giusto la parte centrale, quella più esterna è stata ricoperta di cannella tritata e tutta la base della torta con lo zuccero a velo.

dolci
milk
torte
sud Africa
coly
pap
| inviato da colypap il 16/5/2010 alle 12:25 | |
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10 gennaio 2010
Io, loro e Lara di C. Verdone

Niente più sdoppiamenti di personaggi, niente più
risate sguaiate, ma un unico uomo, Carlo Mascolo, sacerdote
missionario, e sorrisi spontanei e sentiti.E'questa la chiave che può, a mio avviso, racchiudere le caratteristiche dell'ultimo film di Verdone.Preso
da una profonda crisi di fede, a Carlo viene consigliata una pausa
"laica", di tornare cioè dalla propria famiglia per poter trovare
conforto, riposo e ascolto. Niente di tutto ciò dopo il viaggio che
porta Carlo dall'Africa a Roma. Dopo dieci anni infatti, è tutto
cambiato e il sacerdote comprende dal primo momento che molto
probabilmente non riuscirà a trovare grazie a ciò che resta della sua
famiglia, la tranquillità di cuiaveva bisogno. Sono tante le
situazioni divertenti, ma appunto come già detto, non si tratta solo di
una risata fatta per ridere, la maggiorparte delle volte vengono
strappati sorrisi allo spettatore, da situazioni che lo fanno
riflettere sull'amarezza della vita. Tutta la serie di circostanze
esistenti nella nostra realtà, seppure supportate da ogni tipo di agio
e ricchezza, non è paragonabile alla vita che si conduce in Africa, tra
la sofferenza, lamalattia e la fame. Eppure forse sarebbe più sano
e naturale, nella sua semplicità e nelle difficoltà, quello stile di
vita. Un altro concetto fondamentale è proprio quello di famiglia:
all'inizio a Carlo pare non riconoscerla più, non sentirsene parte,
poi, è proprio in nome della famiglia che le cose cambiano e che ogni
membro pare comprenderne l'importanza. Vale davvero la pena vedere "Io,
loro e Lara", perchè rappresenta la realtà vicina a noi e ne evidenzia
le possibili varietà di cui è composta.Le scene che mi hanno
divertito di più: quelle delle battute tra Carlo, la sorella e il
fratello; la trasformazione "emo" della nipote; la scena in discoteca;
le scene con la Finocchiaro. Molto brava La Bonaiuto e fondamentale il ruolo di Laura Chiatti.
verdone
lara
chiatti
risate
bonaiuto
coly
pap
| inviato da colypap il 10/1/2010 alle 22:28 | |
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7 gennaio 2010
La principessa e il ranocchio di J. Musker e R. Clements

Romantica storia d'amore tra principessa e principe tramutato in ranocchio, il classico "C'era una volta" e "Vissero felici e contenti". Un momento...non si tratta di questo cartone! Sebbene La principessa e il Ranocchio sfrutti la grafica classica dei cartoni Disney e proponga la tipica storia d'amore che alla fine riesce a concretizzarsi, c'è molto di più dietro a questo cartone.
Per me, che ho amato e amo tutti i classici Disney da "Biancaneve e i sette nani", a "La Sirenetta", da "Aladdin", a "La Bella e la Bestia" e tutti gli altri, quest'ultimo cartone ha rappresentato molto. Innanzitutto vederlo a ventisette anni quasi, comporta emozioni diverse rispetto ai cartoni che vedevo da bambina. C'è di sicuro una maggiore capacità critica, che mi porta ad apprezzare "La Principessa e il Ranocchio" non solo perchè segue la linea dei classici cartoni, ma perchè porta con sè tutta una serie di innovazioni nell'ambientazione e negli atteggiamenti dei personaggi.
Fare un cartone con personaggi di colore forse sarebbe stato impensabile anni e anni fa, sebbene con Alladin ci fossimo comunque già affacciati al mondo orientale. La ragazza ingenua, timida e sognatrice, tipicamente bionda e con la carnagione chiara adesso è Tiana. Il suo sogno non è aspettare che il principe azzurro con il suo cavallo bianco la rapisca, bensì realizzare il desiderio che apparteneva al padre, ormai scomparso: l'apertura di un proprio ristorante, dove poter dare libero sfogo alla sua capacità creativa in cucina (e qui mi rivedo un po') con l'accompagnamento di buona musica jazz, essendo il cartone ambientato a New Orleans. Il principe Naveen è una via di mezzo, fisicamente, tra Alladin e il principe de "La Sirenetta". Ovviamente divertenti le parti cantate, soprattutto dal coccodrillo trombettista (che mi pare abbia la voce di Robin Hood) e dalla lucciola (doppiata da Laurenti) innamorata della stella Evangeline. Il cattivo stregone Facilier mi ricorda Jafar di Aladdin e anche l'aiutante del principe mi pare ricalcato su quello del principe de "La Sirenetta". Inoltre proprio in questo cartone già avevamo assistito alla trasformazione, per opera della magia nera, di qualcuno nella copia di un altro. Lì, Ursula nei panni di Ariel, qui l'aiutante del principe nello stesso principe.
Per quanto riguarda l'amica benestante di Tiana, tanto carina quanto capricciosa, mi ricorda invece un personaggio che non ha nulla a che vedere con la Disney, la viziata Lisa di "Ransie la strega". Anche lei, ricca di famiglia, ha un padre che la accontenta su ogni cosa. Certo è meno odiosa di Lisa, soprattutto perchè alla fine, si mette da parte,riconoscendo il vero amore tra Tiana e il principe.
Con "La Principessa e il Ranocchio", la Disney riesce a raggiungere, a mio parere, il giusto equilibrio tra classico e moderno, facendoci sognare su cose concrete ma allo stesso tempo magiche.
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frog
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Tiana
Musker
Clements
| inviato da colypap il 7/1/2010 alle 16:45 | |
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15 dicembre 2009
A Christmas Carol di R. Zemeckis

Nuova sperimentazione del 3 D anche ad Aversa. Domenica sera io e Pap abbiamo assistito alla visione dell'ultimo film di Zemeckis, con un po' di dubbi sulla riuscita dell'introduzione e distribuzione degli appositi occhiali. Invece devo ammettere che la cosa ha funzionato.
Tante famiglie e tanti bambini(anche se proprio dietro di noi c'era il più rumoroso di tutti assieme al padre. Dolce quadretto familiare, ma se tuo figlio è troppo piccolo, non portarlo a vedere Christmas Carol! Ogni tre minuti la tenera creatura chiedeva: E chi è quello? E che cosa ha fatto? E che cosa significa? E quando ce ne andiamo? E quando finisce?). Questo vuol dire, caro papà, che tuo figlio è ancora troppo piccolo per comprendere il significato degli spiriti di passato, presente e futuro e che se ti chiede quando finisce il film, è perchè non vede l'ora di andare via. E' inutile che lo costringi a rimanere, ripetendogli anche dopo dieci minuti dall'inizio del film: "Adesso finisce".
Parentesi a parte, la storia di Scrooge la sappiamo già, come sappiamo che nel corso del tempo è stata riproposta più volte anche da un più classico Disney con Il canto di Natale di Topolino del 1983. Come non citare poi S.O.S. Fantasmi con B. Murray, e per il piccolo schermo, l'appuntamento con Il mio amico Babbo Natale con Lino Banfi e Gerry Scotti, ispirato anche esso al Canto di Natale di Dickens.
Dopo aver sperimentato con altri film il 3 D ed essendo rimasta alquanto delusa, avrei preferito vedere un Christmas Carol "normale", ma con il film di Zemeckis, già dai titoli di testa, si coglie che la maggior parte degli elementi e delle scene sono proprio ideati per la visione in 3 D e stavolta, non guasta affatto. Buona interpretazione di Jim Carrey nei panni dello spirito passato e presente, prima spiritello simpatico e dispettoso, poi spirito dalla folta barba e dalla voce cavernosa. Tanto contagiosa la trasformazione di Scrooge, quando canta e saltella da solo come un arzillo vecchietto, al punto che uscendo dal cinema mi sono ritrovata a canticchiare e saltellare anche io. Ma forse è la "vecchiaia".
Polar Express l'ho visto non molto tempo fa per la prima volta. Fatto bene e comunque non ha funzionato come sonnifero, stranamente per me.
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| inviato da colypap il 15/12/2009 alle 16:46 | |
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3 dicembre 2009
500 giorni insieme di M. Webb

Ho visto 500 giorni insieme qualche sera fa con Pap in una mini-sala di Napoli. Si tratta della commedia che ha per protagonisti, Summer (Zooey Deshanel) e Tom (Joseph Gordon-Levitt). I due giovani si conoscono negli uffici della società di biglietti augurali, per la quale già lavora Tom. La nuova segretaria, Summer, che diventa (non so perchè) Sole,porta lo scompiglio nel cuore di Tom. Lui perde letteralemente la testa, lei invece, non vuole alcun tipo di legame che possa essere etichettato come qualcosa di serio. Mi ha colpito il modo in cui viene raccontata tutta la loro storia,con il continuo fare avanti e indietro nel corso di quei 500 giorni, che pone così all'attenzione dello spettatore, (in modo molto simpatico), il continuo passaggio da un'emozione, un sentimento e sensazioni completamente opposte tra loro. Come la scena in cui per presentarci Sole, Tom dice di amare tutto di lei e quella di giorni dopo, in cui tutti i suoi sentimenti nei confronti della ragazza si sono trasformati in odio. Un personaggio chiave a mio avviso, è rappresentato da Rachel, la sorella minore di Tom. La ragazza sembra molto più ferrata di lui in materia amorosa ed essendo una donna può capire, molto meglio come funzionino determinate cose.Una commedia romantica che vede Tom sorgere, splendere, tramontare e risorgere ancora nel corso di quei 500 giorni, proprio per mezzo o se vogliamo,per merito della donna, che sia "Sole" o "Luna", il risultato non cambia. Speriamo solo che Tom abbia imparato qualcosa in più dalla sua esperienza. La colonna sonora è davvero bella, ed è tanto divertente la scena in cui Tom cammina con aria trionfante tra la gente e in cui tutti cominciano a ballare assieme a lui stile musical. Il film scorre, diverte e non annoia.
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| inviato da colypap il 3/12/2009 alle 9:10 | |
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2 novembre 2009
Ricetta di Halloween

La ricetta delle cosiddette "dita di strega" è molto semplice e rapida da preparare ed è molto divertente vederne il risultato. Cominciamo dagli ingredienti da utilizzare (considerando che le seguenti dosi sono per circa una ventina di dita):
• 100 gr di burro •280 gr di farina •1 cucchiaino raso di lievito in polvere •1 pizzico sale • 2 uova •1 bustina di vanillina • 100 gr di zucchero a velo
Inoltre procuratevi della mandorle già pelate per guarnire le nostre dita proprio sulla sommità, al posto delle unghie affilate e taglienti.
Per preparare il nostro impasto, stendiamo su una base da lavoro la farina a fontana, il burro freddo tagliato a pezzetti, le uova, lo zucchero a velo, la vanillina, il sale e il lievito. Impastiamo tutti gli ingredienti fino ad ottenere una palla e continuiamo fino a che l'impasto non risulta liscio e omogeneo. Ora che il nostro impasto per i biscotti è pronto, ne prendiamo tanti pezzetti quante sono le dita che abbiamo intenzione di creare e formiamo con le mani dei bastoncini di circa 10-12 cm di lunghezza. Per un risultato più reale, con l'aiuto di un coltello dalla lama liscia, disegniamo le nocche delle nostre dita, assottigliando la pasta in alcuni punti strategici. All'estremità delle dita posizioniamo le nostre mandorle con una leggera pressione. Intanto adagiamo le dita su una teglia con carta da forno, stando attenti a distanziarle bene tra loro. Inforniamo i biscotti a 180° C in forno già caldo, per circa 20 minuti, dopodiché li tiriamo fuori e lasciamo raffreddare. Per un lavoro ad effetto, ma soprattutto per evitare che le "unghie" si stacchino dalle dita, spennelliamo l'intero biscotto con della marmellata alla ciliegia o amarena, colori che più si accostano ad un effetto "macabro", proprio come si vede dalla foto. Lasciamo asciugare tutto e poi le nostre dita di strega insanguinate cono pronte per essere gustate una ad una.
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28 ottobre 2009
Strudel di mele

Buono a sapersi:
Lo strudel è un dolce tipico del Trentino Alto Adige, ma ha origini turche. I Turchi,dominarono intorno al XVII secolo l’Ungheria e preparavano un dolce di mele simile che si chiamava baklava. Questa ricetta fu variata e trasformata dagli ungheresi nell’attuale strudel, che presto prese piede in Austria, la quale a sua volta, dominando per un certo periodo alcuni territori dell’Italia del Nord, fece conoscere loro questo delizioso dolce.
Buono a mangiarsi:
Lo strudel è fatto con la pasta sfoglia fondamentalmente, anche se si trovano molte ricette che invece utilizzano la pasta frolla. Diciamo che la sfoglia è il tipo di impasto che si mostra più adatto, per la sua leggerezza e morbidità. Per quanto riguarda il ripieno, le mele rappresentano l'ingrediente fondamentale, assieme all'uva sultanina, i pinoli e la cannella, anche se può essere fatto con altra frutta come ciliegie, pere e albicocche ed a proprio piacimento si possono variare alcuni ingredienti interni. Io e Pap ad esempio, abbiamo eliminato l'uvetta (perchè non ci piace) ed aggiunto ai pinoli qualche noce.
Cominciamo dalla pasta sfoglia che può essere comprata comodamente già confezionata (a noi ne occorrono 500 g - per 6 persone), oppure può essere fatta come riporatao di seguito:
1/2 bicchiere di acqua tiepida 250 gr di farina 2 cucchiai di Olio extravergine di oliva 1 pizzico di sale 1 uovo
Dopo aver preparato la sfoglia, si cominciano a tagliare 600 gr di mele renette a fettine medie e si cospargono di limone per non farle annerire. La sfoglia dopo un po' di riposo, si tira con un matterello in uno strato non molto alto ma compatto. Le mele tagliate vanno messe in padella con burro, 1/2 bicchiere di acqua, 40 gr di zucchero, pangrattato q.b. Si lascia a fuoco medio e si amalgama di tanto in tanto per circa 10 minuti. Quando il tutto si sta ammorbidendo e addensando, si aggiunge della grappa, i 50 gr di noci sgusciate e i 100 gr di pinoli, poi si tiene il tutto per un altro paio di minuti a fuoco vivace. Il composto così pronto, si lascia raffreddare.
Nel frattempo si cosparge la sfoglia già stesa con uno starto di marmellata ai frutti di bosco (ne basta un vasetto) e successivamente vi si versano le mele morbide e cremose dalla padella. La sfoglia va arrotolata e chiusa a formare un fagotto, facendo attenzione a chiudere bene tutti i bordi. Si adagia su carta da forno in una teglia, si spennella la superficie con l'uovo sbattuto e poi in forno preriscaladato a 200° per 30 minuti circa.
A fine cottura e preferibilmente quando non è più caldissimo, si spolverizza con 100 gr di zucchero a velo. Il nostro strudel è pronto. Se vi va, potete aggiungerci una spruzzata di panna montata al momento di servirlo nel piatto.
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22 ottobre 2009
Up di P. Docter

L'ultima avventura Pixar diverte e commuove. E' questo che si prova con "Up". A me è successo per ben due volte durante il film di ritrovarmi con le guance umide e Pap che mi guardava e sorrideva. La storia di Carl e Ellie è davvero romantica, toccante e profonda. Inoltre vedere un vecchietto da solo - che trascorre la routine giornaliera, nonostante la grande assenza che si è manifestata, un vecchietto che sfoglia un album di foto, di sogni e speranze, di cose fatte e cose "da fare" - intenerisce tanto. Il protagonista dell'ennesimo lavoro Pixar, è Carl, l'anziano intravisto già nel trailer. Lo avevamo incontrato e considerato acido e scontroso nei confronti del mondo in generale ,ed in particolare del piccolo "esploratore della natura selvaggia", Russell, boyscout cicciottello e dagli occhi a mandorla, di otto anni. Ma Carl, come si può capire dopo la serie di flash della sua esistenza, che scorrono veloci nella parte iniziale della proiezione, è soltanto un povero uomo anziano e solo. Nelle scene iniziali del film seguiamo Carl fin da bambino, la sua passione per le esplorazioni, il suo mito Charles Muntz, che col suo dirigile è arrivato a scoprire zone ignote al mondo intero, e l'incontro con Ellie, la ragazzina con cui crescerà, che sposerà in futuro, con la quale condividerà le sue passioni...anche quelle più strambe, come arrivare alle "Cascate Paradiso" e costruire lì una dimora. Purtroppo la vita è crudele, ed Ellie, ormai anziana e malata, dovrà lasciare il marito al suo destino da "anziano", con una casa che vogliono abbattere e la continua minaccia che incombe su di lui, di trovare ospitalità presso una casa di riposo. Ma per continuare con quello "spirit of adventure" che lo tiene inevitabilmente ancora legato ad Ellie, alla loro casa e a tutti i sogni non realizzati, Carl prende letteralmente il volo, diretto in Sud America...che come spiegava Ellie da ragazzina, "è sempre in America, ma a sud". ;-P Tanti personaggi simpatici e divertenti, da Kevin, lo "struzzo in technicolor" a Dug, il cane parlante. Tante situazioni che ricordano i classici di animazione di qualche anno fa, come quando la casa viene travolta dall'uragano e atterra in un'altra parte del mondo stile "Il mago di Oz". Davvero bello sia il film che il cortometraggio che lo accompagna 
Pensiero personale:
E se anche Carl non ci fosse più nella realtà, e se tutta questa avventura lui la stesse vivendo da morto, per arrivare alle cascate, (che guarda caso si chiamano "Paradiso"), per ricongiungersi, come nella più romantica delle credenze, alla sua amata? E se Russel rappresentasse quel figlio che la coppia non è mai riuscita ad avere?
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29 settembre 2009
Baarìa di G. Tornatore

Tornatore ci mostra la storia della terra siciliana durante il ventennio fascista, attraverso le complicate vicende degli abitanti di Baarìa, la "porta del vento", l'originario nome dell'attuale Bagheria. Tante comparse, tanti volti, tante storie, ma su tutto e tutti, la storia d'amore tra Peppino e Mannina. Una storia d'amore che nasce in maniera naturale e spontanea e che guida Peppino, il capofamiglia, dopo tante lotte, tante parole, verso la personale conquista della posizione sociale da sempre desiderata. La lotta politica tra comunismo e fascismo nella provincia siciliana, ci mostra la lotta portata avanti da persone semplici, povere, che magari non sanno nemmeno realmente cosa siano fascismo e comunismo. E' il ritratto della Sicilia del tempo, ma più in generale quello dell'Italia del tempo, durante e dopo la guerra, con tutte le difficoltà e le miserie legate al particolare periodo storico. La visione del film scorre, nonostante la durata, anche se ho trovato qualche vuoto nella parte centrale, ma tutto sommato, si riesce a seguire la storia dei personaggi durante tutto il percorso di crescita. Gli incubi e gli avvertimenti dati da uova rotte e serpenti neri, non capisco dove vadano a parare, dato che in fondo non sono presagio di situazioni future negative. Tutto si risolve per il meglio e Peppino ormai stanco e vecchio può guardare il suo paese (quello che è diventato) e la sua vita dall'altura dove era solito pascolare il gregge di famiglia. La struttura del film, che riprende la scena iniziale col ragazzino in castigo in aula, è il modo per porre fine al tutto. Parlandone con Papele, anche lui pensava che sarebbe stato geniale, al momento del risveglio del ragazzino, farci credere che tutto ciò che era accadutto fosse stato solo un sogno. La presentazione di passato, presente e futuro, con la sovrapposizione del passato (il ragazzino) e futuro (la Bagherìa dei nostri giorni) sembrano elementi che prendono spunto da "Lost". Non mi sono fissata a vederlo dappertutto, ma c'è un po' di "Lost" in ogni film ultimamente. In Baarìa non mi spiego comunque tutto ciò a cosa serva. Non è il film capolavoro che uno si aspetterebbe dopo tutta questa pubblicità e l'aver voluto strafare col cast, seppure a guardarlo non ci si annoia.
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25 settembre 2009
Basta che funzioni di W. Allen

Davvero bello l'ultimo di Allen, proprio come la sensazione che mi ha lasciato alla fine della proiezione. Fa ridere, sorridere e riflettere. L'inizio e la fine, si ritrovano attraverso la voce del protagosnista rivolto alla macchina da presa, rivolto a noi, alle persone in sala, a quel pubblico con le proprie vite, i propri guai e le proprie gioie, che ora sta seguendo proprio lui. Non posso considerare "Basta che funzioni" come un film a sè stante, ma più come la sintesi e il centro di raccolta di tutta la filmografia di Allen. I temi inevitabilmente ritornano, ci sono molti punti di contatto con "Io e Annie" (visto la scorsa settimana), questo interagire con la macchina da presa e lui, Boris, che non è altro che il Woody Allen degli scorsi film, con il suo mondo di pensieri, ragionamenti e teorie. Ma ogni volta Allen riesce a presentarci questi temi in modo semplice e leggera, con cinismo, ma anche facendoci divertire. Un genio, Boris, un mancato premio Nobel per la fisica, vari tentativi di suicidio (falliti ogni volta) e poi l'incontro con Melody. Melody è una ragazza appartenente al mondo dei "vermetti", cioè a tutti gli altri, a tutta la gente che si nasconde dietro strane e false credenze, religiose, per lo più, che viene a vivere a New York e che grazie a Boris, riesce a far venire fuori il suo vero io. Lasciamo stare che tutto va come va tra di loro (Boris potrebbe essere il padre di Melody), proprio perchè la filosofia di vita di Boris/Allen è "basta che funzioni". Così nell'universo tutto inevitabilmente funziona finchè può, finchè va, ma poi tutto è come doveva essere. La maggiorparte dei personaggi nel corso del film, va incontro a delle trasformazioni: dal modo di apparire a quello di sentire. Ognuno conosce meglio sè stesso e non ha paura di far venire allo scoperto sentimenti e sensazioni soffocate da sempre. Allen è un genio proprio come Boris, al quale riesce a mettere in testa (e in bocca) riflessioni che abbracciano ogni campo della vita umana: dall'amore, alla politica, alla filosofia. Ci fa capire che l'amore è amore in tutte le sue forme e che un genio è colui che riesce ad avere una visione d'insieme della vita, e non è da poco. Mi sa proprio che tra le commedie è quella più riuscita a mio parere.
Un mio collegamento: Ho trovato Boris in alcune scene, ma più in generale nel modo d'essere, molto simile al Titta Di Girolamo de "Le conseguenze dell'amore": silenzioso, solitario, scostante e sprezzante del resto del mondo.
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| inviato da colypap il 25/9/2009 alle 11:22 | |
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21 settembre 2009
Drag me to hell di Sam Raimi

Christine è la protagonista di questa storia che suscita assieme tensione, senso di nausea e riso. Per chi ha lo stomaco delicato "Drag me to hell" è un vero toccasana. La vita della protagonista, molto simile alla Kirsten Dunst acqua e sapone di Spiderman, scorre tranquilla e felice. La giovane ha un impiego: è vicina alla promozione come vice del direttore della società di prestiti dove lavora, ha un fidanzato che la ama e la protegge e tutto sembra andare per il meglio. Ma dal giorno in cui rifiuta la proroga del prestito ad un'anziana donna gitana, la sua vita si trasformerà in un vero e proprio inferno. La maledizione che la vecchia le ha lanciato è molto forte e quando si pensa che è tutto finito, non è mai così. Le scene più divertenti sono state diverse: quella nel garage, dove la ragazza dà della "stronza" alla vecchia, pensando di averla messa ko; quella della seduta spiritica con l'aiutante dai tratti "napoletani" (come qualcuno ha detto) , che comincia a muoversi tipo marionetta; quella che vede la forchettina nella torta della mietitura, muoversi da sola, perchè conficcata nell'occhio vitreo della vecchia oppure quella al cimitero, con la ragazza che trionfante vien fuori dalla tomba della vecchia, convinta di averle passato definitivamente la maledizione. A parte l'ironia messa in gioco da Raimi, il film porta lo spettatore ad immedesimarsi con Christine, a seguirla nella difficoltà delle sue scelte da fare, a sperare che ce la faccia a superare ogni male. Ed è proprio quello che è successo a me o semplicemente Raimi ci ha messo dentro tutte le cose che mi fanno più senso in generale: i vermi venuti fuori dal corpo della vecchia donna, i rigurgiti, la dentiera dai denti scuri e consumati e la mosca che si intrufola nel corpo della ragazza dal naso prima e dalla bocca poi. Direi proprio che dopo i vari Spiderman, è stata una prova riuscita il ritorno all'horror di Raimi (e pensare che era lì dagli anni Novanta), un giusto cocktail di horror e ironia assolutamente da assaggiare. 
N.B. Se ci sarà uno Spideman IV, non oso immaginare cosa potrà metterci dentro...già nel terzo, i personaggi non finivano più. 
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| inviato da colypap il 21/9/2009 alle 12:13 | |
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16 settembre 2009
Segnali dal futuro di Alex Proyas

Chi di noi non conosce la capsula del tempo? Chi di noi non ne ha mai avuta una? Per Cage e Co. rappresenta una tradizione centenaria. Questa capsula raccoglie i disegni degli alunni di una scuola elementare e viene aperta ogni cinquanta anni dagli alunni futuri della stessa scuola. Ad ogni bambino viene dato un disegno "d'epoca" e proprio quest'anno tocca a Caleb, il figlio di John Koestler, un professore di astrofisica, un disegno che in realtà non è proprio un disegno. Su di esso vediamo in sequenza una serie di numeri. L'inizio del film è molto da tensione horror, quei numeri sono il presagio di ciò che è accaduto e di quello che accadrà. Man mano, andando avanti, il film segue più un percorso fantascientifico, per raggiungere poi l'apice nel finale
SPOILER
con gli alieni venuti chissà da quale parte del pianeta che portano via Caleb, il piccolo predestinato. Molte cose a mio avviso restano un po' in sospeso. Non mi spego perchè nonostante John sappia, abbia capito che deve accadere qualcosa e dove deve accadere, si trova in quel luogo, ma non riesce ad evitare il disastro. Sembra tutto inevitabile, ma allora perchè percepire i presagi dal futuro, se non si può comunque cambiarlo? Il tema del film è la continua lotta tra fede e scienza, rappresentato da Cage e dal padre. Un po' all'inizio mi ero appassionata, trovavo interessante la tensione che metteva la scoperta del passato, il significato di quei numeri, quegli esseri dalle sembianze umane, silenziosi e dallo sguardo minaccioso. Nel finale la delusione prende il sopravvento, anche perchè comincia tutta la serie di immagini di morte e distruzione di un intero pianeta, scene apocalittiche viste e riviste. Beh, forse sono io che ho la fissa, ma chi non ha visto un po' di Lost in questo film? I numeri e la lotta tra uomo di fede e uomo di scienza vi dice niente? Fino ad un certo punto il film prometteva bene...poi "quel che è stato è stato".
| inviato da colypap il 16/9/2009 alle 12:10 | |
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6 settembre 2009
Io e Marley

Owen Wilson e Jennifer Aniston sono due novelli sposini, all'inizio di questa saga microfamiliare che abbraccia almeno una decina d'anni (prima sorpresa). Entrambi fanno i giornalisti, lei con leggero successo in più, mentre lui aspira a fare il reporter, come il suo amico belloccio e sciupafemmine. La moglie però ha un piano: trasferirsi (ci riescono), trovare un posto di lavoro sicuro (ci ri-riescono, e Wilson stringerà un particolare rapporto anche col suo caporedazione, Alan Arkin, molto sobrio nel ruolo), e farsi una famiglia. L'idea di Wilson però è di rinviare di almeno un paio d'anni questa decisione, e per tamponare il bisogno di una famiglia, adotta Marley (in onore di Bob), un cucciolo di labrador. Il film qui ha la sua fase Beethoven, cioè col cane combinaguai, le matte risate, lo stress (divertito) accumulato dalla coppia (anche quando vogliono stare da soli, il cane è al bordo del letto ad alitargli addosso , scena classica ma che funziona sempre). Il cane cresce (così come i guai), ed è anche una metaforica spalla sui cui piangere, quando la coppia prova finalmente (e senza successo) ad avere un bambino. Alla fine poi la prole arriva (e anche numerosa), così come un nuovo trasloco, l'abbandono del lavoro da parte di lei controbilanciata dalla promozione di lui (scrive, anche se controvoglia, una rubrica giornaliera di "opinioni", e grazie al coinvolgimento puntuale delle esperienze con Marley, su tutte quando assalta al primo giorno di lezione la sua addestratrice, una invecchiata e ingrassata Kathleen Turner che ricorda un "barboncino" , la rubrica è seguita e divertente). Qui c'è la fase X del film (che tra l'altro non dura nemmeno quanto la classica commediola): e per un attimo il parallelo con Revolutionary Road è stato quasi inquietante: la coppia è pronta a scoppiare, i figli (e il cane) assorbono tutto il loro tempo, l'amore non trova più spazio, lei diventa insopportabile, lui sempre più frustrato nel lavoro (e invidioso del collega scapolone)... ho davvero pensato che si arrivasse a una separazione, a una nuova piega del film (il film si chiama Io e Marley e allora ho legittimamente pensato che Wilson rimanesse da solo col cane)... invece le cose si rimettono lentamente a posto. Da qui in poi si naviga a vista verso un prevedibile lieto fine familiare, anche pregno di significati, grazie all'elemento "morte del cane". L'addio del suo padrone al cane malato, portato dal veterinario per l'iniezione letale, è struggente (da lacrimoni per chi ce l'ha avuto un cane; "se dai il tuo cuore a un cane, lui ti darà il suo: di quante persone si può dire la stessa cosa?"); quello della "padrona", anche: lo seppellisce con una collanina regalatagli dal marito e legata a tanti ricordi (su tutti, quando il cane se la mangia e poi la ri-espelle ; "ti abbiamo adottato perchè volevamo aspettare a farci una famiglia, e invece ce l'avevamo già"); e anche quello dei piccoli di casa, con il primogenito che legge e rilegge gli articoli del padre (e guarda i filmini in cui è neonato, col cane sempre a vegliare su di lui) e il secondogenito che addirittura gli scrive una lettera firmandosi "tuo fratello". Questo è un cane, quando lo si cresce sin da piccolo e lo si vede diventare grande, invecchiare e morire. Un membo della famiglia. Un cucciolo da educare, rimproverare, perdonare, quando ne combina di tutti i colori; un amico, un fedele compagno, una spalla su cui piangere, perchè i suoi occhioni sanno quand'è che sei triste, lo capiscono; anche un mezzo per rimorchiare (come fa l'amico di Wilson, prima con Marley, poi persino con i figli dell'amico: e anzi, in un casuale incontro a fine film, dopo che si son persi di vista, colui che invidia la vita dell'altro è proprio il reporter d'assalto e single); infine, diventa un fratello, un compagno di giochi, per i bambini, e un nonno, per tutta la famiglia, quando c'è da prendersene cura, quando è "memoria storica" di un bel pezzo di vita condivisa quotidianamente... e anche se forse ce l'ho visto solo io, questo significato, tanto umano è un cane, negli affetti, tanto umana è la fine che viene loro concessa, quando arriva il momento. L'importante è che sia lui a fartelo capire.
Curiosità: Ben 22 cani hanno interpretato Marley;
I genitori di Wilson nel film sono interpretati dai suoi veri genitori.
L'autore del libro, John Grogan, appare nel ruolo del padrone del cocker spaniel nella scena dell'addestramento dei cani.
Jennifer Aniston aveva inizialmente rifiutato il ruolo perchè non voleva fare un film sui cani.
Coly
Ho proposto questo film non sapendo nulla nè del libro nè della storia. Ho pensato: Beh, c'è Owen Wilson, ci facciamo due risate...invece mi sono ritrovata col viso interamente bagnato dalle lacrime. C'è posto comunque per sorrisi e risate nelle avventure della coppia Wilson- Aniston, simpatici e innamorati. Ansiosi di cominciare la loro vita assieme, entrambi hanno a che fare col mondo del giornalismo, con lui,ancora alla ricerca del giusto settore a cui dedicarsi. La vita scorre frenetica, nel lavoro ci si deve adattare alle situazioni e John scopre di avere un innato talento come opinionista (mettendo neglia rticoli tutta la sua vita) più che come reporter, come aveva da sempre pensato. Per rimandare la prossima fase di Jenny (pare che la donna abbia una lista preconfezionata di cose da fare riguardanri la vita a due), John viene convinto a regalarle un cucciolo di labrador, per colmare il momentaneo bisogno di maternità. Non c'è dubbio che Marley, così chiamato in onore di Bob, movimenterà la vita di coppia, al punto da essere presente persino nei momenti d'intimità dei due. La fase centrale del film è quella più caotica, grazie al cane ovviamente, un cagnone che cresce, che combina mille guai, che distrugge casa e che nessuno riesce a tenere a bada (anche la dog-sitter scappa di casa esausta). Ma Marley diventa anche una spalla su cui piangere nei momenti di difficoltà, pare capire meglio di chiunque altro, entra a fare parte della coppia e poi della famiglia, scherza e gioca con i bambini. La fase successiva del film è quella più delicata: Jenny per dedicarsi alla famiglia lascia il lavoro, ma questo caos, a cui contribuisce in misura maggiore il cane, sembra portarla sull'orlo di una crisi di nervi. Sembra imminente la rottura, la separazione (e dal titolo del film, molti avranno ad un certo punto pensato che lui abbandonasse tutti e andasse via con Marley), ma c'è un collante naturale, qualcosa che riesce a tenere unita la famiglia, una famiglia che aveva avuto iniozio, proprio grazie all'entrata in scena del cane. E' impossibile non immedesimarsi con la vicenda, anche per chi, non ha mai avuto un rapporto del genere, "materno" o "paterno", con un animale domestico. E' impossibile restare impassibili davanti alle scene di sofferenza di un'intera famiglia per la perdita di un affetto.
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3 settembre 2009
L' Era Glaciale 3 di C. Saldanha

Avevamo lasciato nello scorso capitolo Mannie e Ellie, i due mammuth, col loro rapporto d'amore-odio appena sbocciato; adesso, ce li ritroviamo accoppiati e alle prese con un imminente futuro da genitori. Tanta gioia, tante responsabilità e molto meno tempo per gli amici. Ma nei momenti di difficoltà nessuno si tira mai indietro e grazie alla new entry Buck, un agile e simpatico furetto, che oltre quelli già citati, a me ricorda Rambo, il branco verrà aiutato ad affrontare le insidie che si celano nel mondo dei dinosauri. La sala era piena di genitori con figli, le gag del film, alcune da ridere sul serio, altre meno. La simpatica storia d'amore tra Scrat e la scoiattolina dallo sguardo ammaliante l'avevamo già vista nel trailer che gira su internet e che in pratica è la prima scena del film. Povero Scrat! Lui e l'irraggiungibile ghianda, chissà se riusciranno mai a ricongiungersi. A me questo personaggio che molti trovano odioso, fa un po' pena e un po' tenerezza. Per non parlare di Sid, che soffrendo di complessi di inferiorità (già dalla prima "Era glaciale") si sente tanto trascurato, da versare ogni suo energia sulla nuova e alquanto strana esperienza di "mamma". I due opossum, che dall'Era glaciale 2 hanno preso parte al branco, fanno davvero divertire. Certo, se vi aspettate un film all'altezza dei Pixar (come già è stato detto, per la loro chiave di lettura e la profondità di contenuti) non è l'" Era Glaciale"; ma se volete vedere qualcosa di spassoso e divertente, allora sarete accontentati.
P.S: Sono rimasta estasiata alla vista del peluche di Scrat che aveva il bimbo della fila dietro e ho sperato tanto che lo dimenticasse lì sulla poltrona. Ovviamente questa cosa non è successa, per cui qualcuno dovrà provvedere a regalarmelo ;-P
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27 agosto 2009
Torta caprese

Ho sperimentato per la prima volta questo dolce tipico della nostra regione, circa un mesetto fa per il compleanno di Papele. E' una torta molto semplice, pratica e soprattutto veloce da preparare. Fatta tutta a mano, senza l'aiuto di frusta elettrica o simili, è davvero una bontà. La velocità e la praticità della preparazione dipendono ovviamente dal sapersi organizzare prima o dal volersi accontentare. Mi spiego: nella caprese ci sono le mandorle, le mandorle andrebbero lavate, bollite e spellate oppure (per chi ha poco tempo e pazienza) si possono comprare comodamente al supermercato già perfettamente tritate e pronte all'uso. Io ad esempio, approfittando dell' "abbondante tempo" che ho post lavoro, mi sono messa e me le sono spellate e tritate. Certo, penso che si senta la differenza rispetto a quelle pronte all'uso e come primo tentativo non volevo toppare. ;-P
Vi elenco gli ingredienti usati:
200 gr di burro 250 gr di mandorle 250 gr di zucchero 150 gr di cioccolato fondente 25 gr di cacao amaro 5 uova zucchero a velo
Cominciamo in un primo momento a sciogliere il cioccolato a bagnomaria con il burro servendoci di un pentolino dal fondo abbastanza spesso. Mescoliamo e aspettiamo che si sciolga per bene tutto. In un secondo momento teniamo in una terrina il cioccolato fuso e uniamovi gli altri ingredienti in ordine: zucchero, cacao e le mandorle tritate. Amalgamiamo con un cucchiaio di legno, comunemente conosciuto dalle nostre parti come "cucchiarella" e ricordato da quelli della mia generazione per le famose "sculacciate" per cui veniva adoperato. Aggiungiamo una alla volta le uova e mescoliamo energicamente finchè l'impasto risulta omogeneo e denso. Siamo a buon punto, per cui dopo avere preriscaldato il forno, imburriamo una teglia, tonda preferibilmente, vi versiamo su una manciata di farina, per evitare che l'impasto si attacchi alla teglia e possiamo far scendere il nostro composto. Io ho adoperato uno stampo a cerniera, cioè apribile, che si è mostrato utilissimo non solo per la cheesecake. ;-P Possiamo infornare la teglia a 150° per un'oretta circa, controllando con uno stuzziacadenti che l'interno dell'impasto risulti asciutto. Dopo aver sfornato la torta la lasciamo raffreddare e solo in un secondo momento possiamo sbizzarrirci con lo zucchero a velo.
N.B. chi vuole rendere completa l'opera, può adoperare uno stecchino della grandezza di un bucatino per intenderci, in modo da scrivere qualcosa. Buona preparazione e buon appettito.
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15 luglio 2009
Coraline e la porta magica di H. Selick

Visto al cinema in 3D qualche sera fa, Coraline è la storia di una ragazzina che si trasferisce con i genitori in una nuova casa. Tutto sembra fin troppo noioso e tranquillo. I genitori infatti sono molto impegnati e presi dal lavoro per occuparsi di una ragazzina curiosa ed insistente come Coraline, e questo è proprio ciò che la affligge, che la fa sentire veramente sola. Fino a quando non trova nel salotto di casa una porticina che pare essere stata murata. Una porticina come tante, che però fa aumentare la sua curiosità e la spinge a svegliarsi di notte per introfolarvisi all'interno. Dietro quella porta magica si manifesta tutto un mondo parallelo, fantastico, una casa uguale a quella attuale, due genitori uguali a quelli di Coraline. Ma tutto è piacevole in questo mondo fatto di persone che ti ascoltano, che ti preparano ogni tipo di leccornia, che ti accontentano su qualsiasi cosa. Adesso però, c'è da capire cosa si nasconde dietro a tutta questa faccenda che pare troppo bella per essere vera. Un film che non è una novità, anche perchè prende una cosa qua e un'altra là da altri film, come "La sposa cadavere" per i disegni, "Il Labirinto del Fauno" e "Alice nel paese delle meraviglie" per la trama. L'aggiunta del 3D non penso dia un tocco in più. Sinceramente ha fatto molto più effetto in "San Valentino di sangue" doversi scansare da un proiettile e saltare per una picconata in pieno viso. La storia comunque ha molto dell'horror e del fantastico e anche per questo è piacevole seguirlo. Posto una curiosità che ha incuriosito anche me: il nome della protagonista, Coraline, è nato da un errore di battitura: Neil Gaiman ( il suo creatore) doveva chiamarla Caroline, ma gli è scivolato il dito sulla tastiera, digitando al contrario le lettere. Ecco anche spiegato il perchè tutti si divertano a sbagliare il suo nome.
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30 giugno 2009
The Descent di Neil Marshall

Un gruppo di amiche appassionate di sport estremi si ritrova di tanto in tanto per rivivere l'emozione dello stare assieme alla ricerca di nuove avventure. Le prime scene sono abbastanza d'impatto, con l'incidente stradale e la perdita, da parte di Sarah, della propria famiglia. Le immagini sono crude, sia per quanto riguarda le prime battute del film, sia nella parte finale, quando dopo un anno le giovani ragazze si ritrovano per provare l'ennesima entusiasmante esperienza. Ma per Sarah, ancora ossessionata dalla perdita ma dalla contemporanea presenza della figlia, non c'è un attimo di tregua, perchè quest'ennesima discesa, alla scoperta di cavità mai visitate in precedenza, ha ancora un qualcosa di "infernale". Il claustrofobico ingresso, attraverso il quale passano man mano tutte le ragazze, è solo l'ingresso verso qualcosa di ignoto e sconosciuto, che procurerà dolore e morte alle ragazze. Verranno alla luce, nel buio assoluto che avvolge il gruppo di ragazze, dissapori, litigi, incomprensioni e tradimenti. Solo Sarah troverà la forza di reagire e il coraggio di andare avanti, lasciandosi forse alle spalle il passato.
SPOILER
La comparsa delle creature-pipistrello che non vedono, ma si orientano e si scagliano sulle ragazze solo grazie al loro senso più sviluppato, l'udito, rappresenta i momenti più dinamici del film. La costrizione negli abissi, l'istinto alla sopravvivenza, annulla le regole dell'amicizia. Bisogna solo trovare l'uscita e andare via.
SPOILER
Quando Sarah, si vendica con un colpo alla gamba, dell'amica Juno (in effetti si capisce dalla prima scena che ha una storia con suo marito), è l'unica ad uscire "viva" dagli "Inferi". Le scene finali lasciano libera interpretazione. Mi è venuto da chiedere: ma Sarah è mai uscita da là sotto ed è quindi consapevole che continuerà a vivere il suo "inferno" personale anche sulla terra? Oppure, non avendo nulla da perdere, ormai, sa di poter trovare pace solo al di sotto?
| inviato da colypap il 30/6/2009 alle 14:48 | |
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30 giugno 2009
Revolutionary Road di Sam Mendes

Dopo 11 anni di distanza Leonardo Di Caprio e Kate Winslet tornano a recitare assieme in Revolutionary Road, ambientato negli anni 50 in un tranquillo sobborgo di New York. La giovane coppia da poco si è trasferita nella nuova dimora alla ricerca di un futuro sicuro e tranquillo. O meglio, sarebbe quello a cui tutti potrebbero/dovrebbero aspirare. Una bella casa, una moglie, due figli e un lavoro, che seppure non vada tanto a genio, ti assicuri il pane quotidiano. Gli sposi, belli e intelligenti, sono ammirati dai vicini di casa e additati come la coppia perfetta, la famiglia felice per eccellenza. Ma niente e nessuno è perfetto, anche April e Frank presto se ne rendono conto, per questo sotto la spinta della giovane donna, decidono la loro definitiva fuga d'amore a Parigi, dove Frank potrà ritrovare se stesso e capire cosa vuole davvero dalla vita. Una storia d'amore che si riaccende di passione proprio grazie al comune desiderio di "rivoluzione", di ricominciare, di rinascere assieme e altrove, ma dura ben poco l'effetto benefico del cambiamento imminente, perchè arriveranno tante altre "belle" novità...si, ma belle per chi? Allora torna a regnare sovrano il senso di insoddisfazione dell'uno che travolge e annienta anche l'altro e tutto ciò che di buono sono riusciti a creare e avrebbero potuto continuare a costruire. A questo punto verrebbe da chiedersi: "Ci si poteva accontentare di un lavoro, che permetteva comunque di vivere bene, di una famiglia; ci si poteva rendere conto che la felicità è sotto i propri occhi, invece di cercarla altrove?". Forse sarebbe stato giusto assecondare i propri desideri, mollare tutto e rischiare, dato che la vita è una sola e va vissuta nel migliore dei modi? Probabilmente l'insoddisfazione, a mio parere, uno dei più negativi fra i sentimenti, non sarebbe sparita nonostante il cambiamento di vita, ma si sarebbe trasferita ovunque si fosse trasferita la famiglia Wheeler. Il naufragio del Titanic sembrerebbe una sorta di preavviso del naufragio interiore di una coppia, senza possibilità di salvezza, senza alcuna alternativa e soprattutto senza nessuna voce narrante a mostrarci la grandezza di un amore sopravvissuto al tempo e alla tragedia. Resta solo un uomo e quel che di buono è rimasto nella sua vita.
| inviato da colypap il 30/6/2009 alle 14:41 | |
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9 giugno 2009
Lasciami entrare di Tomas Alfredson
Il film "Lasciami entrare" uscito lo scorso anno, è ambientato nella tranquilla periferia di Stoccolma e vede come protagonista Oscar, un tenero ed indifeso ragazzino biondo. Egli viene continuamente preso in giro da alcuni amici di scuola, un po'ossessionato in verità da questi continui scherzi, ricatti e sfregi, finisce la sera per strada a prendere a coltellate un albero. La sua incapacità all'azione o per lo più alla reazione, lo portano a legarsi a pensieri, situazioni e personaggi un po' strani, come la coetanea Ely, la nuova vicina di casa. Ely è una ragazza strana, dal volto candido e lo sguardo mutevole. Il punto è: Ely è una ragazza? Per quanto lei stessa ne dice, pare di no, ma la complicità ed il sentimento che la legano a Oscar, sono tanto forti, da superare qualsiasi limite e tanto da accompagnarlo ovunque anche dopo la partenza forzata, nell'atto di rivincita finale. Il film all'inizio si avvicina più ad un thriller per la serie di omicidi che sconvolge la quiete cittadina, ma poi l'attenzione dello spettatore (almeno la mia), è spostata su Ely e sulla sua identità. Non saprei dire se mi aspettavo qualcosa di diverso da questo film, dato che quando pensavo di vedere un horror immaginavo tutt'altro. Non mi riferisco alla tensione che è naturalmente provocata da un film del genere, del tipo "saltare ogni due secondi", ma sembra che tutta la storia si concentra sulla possibilità di amicizia tra due esseri diversi e sulla capacità di provare sentimenti da parte di una creatura non umana. Beh, non è poco lo so, ma non è l'idea che mi ero fatta del film. Magari ieri dovevo buttarmi su un thriller
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19 maggio 2009
Pollo alle mandorle
 Quando le giornate cominciano a scaldarsi, non c'è niente di più rilassante che trascorrere le fresche serate all'aperto nel giardino di casa, nella romantica ed avvolgente atmosfera di inizio estate, con tanto di candele, incensi e musica in sottofondo. E' proprio quello che io e Pap abbiamo cominciato a fare nei weekend, approfittandone per sperimentare ricette nuove e appartenenti anche alla tradizione gastronomica non italiana. Qualche settimana fa, ci siamo cimentati in una ricetta appartenente alla cucina cinese: il pollo alle mandorle. Ovviamente il tocco personale e la capacità di adattamento sono fonadementali in cucina. I seguenti ingredienti sono sempre per 2 persone:
Preparazione:
Innanzitutto sciacquare le fette di petto di pollo sotto acqua corrente, tagliarle a bocconcini servendosi di un paio forbici per alimenti. In un contenitore prepariamo una base per la "marinatura" del pollo, composta da uno strato di olio extra vergine di oliva, un limone spremuto e un ramoscello di rosmarino. E' qui che lasceremo il pollo per almeno un'oretta, in modo da farlo essere meno secco e fargli prendere più sapore. Intanto mettiamo le mandorle in acqua e facciamole bollire, in modo da poterle sgusciare con ampia facilità. Queste vanno poi tritate nel mixer, tenendo da parte, se si vuole, qualche mandorla intera o non completamente tritata. Procediamo mettendo due cucchiai di olio di oliva in padella e facendo cuocere il petto di pollo tolto dalla marinatura e impanato in farina e nelle mandorle precedentemente tritate . A metà cottura aggiungiamo del vino bianco che lasceremo sfumare a fiamma media. Bastano 15 minuti all'incirca e il nostro gustoso pollo alle mandorle è bello buono (assicurato) e pronto.
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18 maggio 2009
Polpettine di funghi e melenzane
Ho postato le ricette di entrambi i tipi di polpettine dato che il procediemento è lo stesso, cambia solo il tipo di contorno. Sabato sera abbiamo pensato ad una serata aperitivo, per cui tra le altre cose (affettati vari e formaggi), abbiamo sperimentato questa ricetta.
Gli ingredienti sono da intendersi per 2 persone. Si procede con la cottura dei funghi (250 g ) in padella, con un pò di olio, peperoncino e aglio. Allo stesso tempo in una pentola d'acqua si versa una melanzana tagliata a dadini, (dopo averla cosparsa di sale e sciacquata abbondantemente in acqua, per togliere l'amaro). Prepariamo due contenitori separati: uno sarà quello per i funghi, l'altro per le melanzane. Mettiamo in entrambi i contenitori la stessa quantità di ingredienti:
- un uovo - sale e pepe q.b. - parmigiano grattugiato - mollica di pane, per rendere quanto più omogeneo l'impasto.
Le polpettine che formiamo vanno impanate nel pangrattato e versate in olio bollente per la frittura. Bastano pochi minuti, il tempo necessario per la doratura delle polpettine. Servite in un vassoio, sono ottime anche fredde.
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colypap
| inviato da colypap il 18/5/2009 alle 12:57 | |
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13 maggio 2009
San Valentino di Sangue 3D
Pur di poter dire ai nipotini che quando in Italia sono arrivati i primi film in 3D "Io c'ero" ho trascinato Coly a vedere questo film, che per puro caso ha vinto la concorrenza di Mostri vs Alieni.
Visione pop-corn che più pop-corn non si può (quindi per me un caso più unico che raro, non capitava dalle Cronache di Riddick, trascinato da altra compagnia, e da quando ero minorenne, mi sa), pomeridiana, in mezzo a giovincelli estasiati dall'esperienza 3D (io l'avevo sperimentato solo al Parco Warner di Madrid, ma una roba di 10 minuti).
Il film in tutto questo passa in secondo o terzo piano, comunque per farla breve un remake riaggiornato (e sceneggiato malissimo ) di un cult splatter dell'81, che ovviamente Tarantino considera un capolavoro, e che io possedevo da un po' ma non ho visto. Sin dai titoli di testa sembra di stare in un luna park, poi dopo un po' ci si abitua alla visione 3D (che in certe scene viene esaltata apposta, in altre è superflua: mia sentenza a proposito? Nè per Up nè per Avatar vedo come ciò possa rendere migliore la visione o influenzare il futuro del cinema, al di là che poi la novità è tutta da perfezionare e ci torno dopo). Scene migliori ovviamente quelle in cui si diventa protagonisti con il serial killer (un tipo vestito da minatore, con fanalino sull'elmetto e piccone sanguinario) e soprattutto con le sue vittime... ci si becca (in prima persona, più o meno) picconate in faccia, nelle budella, sul cranio, ecc. ci viene puntato contro un fucile, mentre il personaggio grida: "Sto mirando a delle ombre" , e poi una pistola, con la pallottola che davvero ti arriva in faccia (quasi fino all'ultimo). Poi le varie esplosioni, le robe che crollano, le schegge che ti vengono contro... e l'effetto di una mano penzolante in un angolo dello schermo che tutti come deficienti abbiamo provato ad afferrare per quanto era realistica e vicina. Coly è uscita in lacrime. Non per la storia di corna e amorazzi (anche un po' pornazzi ) che si vedono nel film, ma per il fastidio delle lenti (pesanti e fanno incrociare un po' troppo spesso gli occhi). A livello di sceneggiatura un piccolo plauso per come viene gestita la parte "giallo" del film, fino alla fine tutti sono portati a fare una congettura (e una di quelle è quella esatta) però la cosa è costruita se non altro decentemente (parlo dell'alibi del gabbiotto, insomma). Insomma, tanta fuffa, poco cinema. E minchia, non pensavo mi chiedessero 10 euro e il documento per assistervi.
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28 aprile 2009
Il curioso caso di Benjamin Button (di David Fincher)

Il curioso, freddo, lungo a sproposito caso di Benjamin Big Fish Button Gump è un film studiato a tavolino per accalappiare Oscar (e non c'è riuscito contro un film che ora tutti additano come altrettanto costruito, ma in realtà anche qui sul forum vi si è creata attorno una progressiva e concreta curiosità attorno solo col passaparola), per colpire un pubblico medio (il film è piaciuto a chiunque io ne abbia parlato) e per emozionare, meno di quel che ci si aspetti, giusto per una visione (io temo dovrò rivederlo una seconda volta in casa, ma solo se sarà Coly a insistere, e dovrà insistere tanto ) Film che rimanda, come anticipato, a due dei film più famosi per la loro ruffianaggine (intesa lì però nel senso positivo): per Forrest Gump indubbiamente, uno dei film più belli e fondamentalmente sinceri nel suo genere, è difficile trovare un pezzo del puzzle fuori posto; la cosa che lì c'era e che manca qua è l'empatia col protagonista, un bravissimo Pitt che all'occorrenza dimostra meno espressività di Supervicki... in Big Fish (complice però la regia Burtoniana che fa pretendere spesso molto di più) i difettucci sono presenti, vedi la cornice col vecchio morente che racconta al figlio, anche questa ripresa nel film di Fincher senza che abbia reale utilità... dal momento che la sospensione d'incredulità sulla quale si basa il film (un bimbo nasce vecchio e cresce ringiovanendo) non viene mai spiegata (e ci sta), motivata (e ci sta) ma nemmeno vissuta come "diversità" dagli altri... Button viene fondamentalmente accettato (e amato ancor di più) proprio per questo, tranne giusto il padre (ed è quella la sottotrama meglio riuscita del film, per me) che è l'unico che "impara" a volergli bene solo col tempo. Regista capitato su questo progetto quasi per caso (o forse l'obiettivo erano propri i "facili" Oscar?), dopo che per anni il soggetto (una storia breve di Fitzgerald che tra l'altro ora potete trovare sottoforma di fumetto in libreria, forse la forma più consona ) è stato palleggiato da registi e interpreti: dall'imdb leggo nell'ordine Nicholson negli anni '70, Spielberg (con Cruise), poi Ron Howard (con Travolta), poi addirittura Spike Jonze (che forse ne avrebbe effettivamente saputo trarre di meglio). Dicevamo: Fincher è un regista un po' a corrente alternata ma che anche solo con le immagini e non con la trama ha sempre molto da dire... qui sbraca secondo me di brutto. Per ogni scena, battuta, momento riuscito (e ce ne sono, per carità, e di molto belli, visivamente e non), ce ne sono almeno tre che remano contro di lui (e contro il film stesso): le già citate sequenze dell'uragano Katrina nel finale (che se doveva esplicitare il senso del film, lo fa in pieno: un bel casino immotivato), l'investimento della Blanchett (sequenza che ricorda un po' qualcosa del magico mondo di Amelie, per l'ironia nera - ma forse ce l'ho vista solo io), i fulmini... Per quanto riguarda la sceneggiatura (guarda caso proprio del Roth autore di Gump), fulminante l'inizio (l'introduzione con l'orologiaio è funzionale, ma credevo che poi trovasse un secondo sbocco durante il film) e tutta la prima parte, con Pitt vecchio, davvero riuscita in ogni suo momento, la seconda è decisamente classica e convenzionale (finalmente i due innamorati hanno l'età giusta per stare assieme, tra scaramucce e allontanamenti: Pitt somigliantissimo a Redford), la terza di nuovo ok (col bimbo 80enne che spira tra le braccia dell'amata, immagino i fiumi di lacrime in sala), con quel finale nel finale già citato che piscia fuori dal vaso. Leggo che l'ambientazione a New Orleans è stata decisa in un secondo momento, perchè proprio a causa dell'uragano nello stato e nella città non giravano più film e chi ha osato farlo ha ricevuto fondi statali: un po' pochetto, come motivazione. Sarebbe come fare un film del genere ambientandolo all'Aquila, e poi alla fine farlo finire col terremoto. Altro marchio di Roth il colibrì che ricalca la piuma Gumpiana. Dico io: ok provare a rifare se stessi se non si sono raggiunti certi obiettivi, ma Forrest Gump è stato un film riuscitissimo (e che s'è beccato gli Oscar che cercava) per cui, a che pro? Già detto di Pitt (anche se confermo la regola che gli ho affibbiato anni fa: quand'è biondo, i suoi film non sono riusciti a priori; tra l'altro la parte girata in Oriente ricorda 7 anni in Tibet ed è stata girata da Tarsem Singh); la Blanchett (tra le papabili al ruolo c'era Rachel Weisz) ha un personaggio un po' antipatico ma è effettivamente bella come non mai (con quel viso lì, chi l'avrebbe mai detto?), e tutto il cast di comprimari fa il suo dovere più che egregiamente, dalla Swinton (un'altra sottotrama sprecata, però), ai vari caratteristi che interpretano il padre di Button, il capitano (altra citazione Gumpiana)... il nano e tutto il corollario burtoniano che come allora per Burton, rivedremo nel finale per un ultimo saluto. Come detto prima che uscisse il film, la locandina italiana fa cagare, mentre le musiche sono ascoltabili ma nulla di memorabile. Papele
Il curioso caso di Benjamin Button sarebbe una sorta di Big Fish con protagonista un' anziana donna in fin di vita, che assistita dalla figlia, le fa leggere un diario segreto e ci fa rivedere attraverso di esso, la straordinaria storia di Benjamin Button. Proprio come l'orologio della stazione le cui lancette girano in senso anti-orario, la vita di Benjamin comincia dalla fine. Abbandonato sui gradini di un istituto per anziani, ancora in fasce, Benjamin deve cominciare la sua vita in condizioni sfavorevoli. La sua cagionevole salute però, subisce una sorta di magico effetto del tempo. Invece di peggiorare, va migliorando, così come il suo aspetto esteriore: rugoso e grinzoso all'inizio, ci ritroviamo a metà film il Brad Pitt che molte amano. La storia ha dell'assurdo, ma nessuno pare chiedersi perchè. Tutta la vita di Benjamin ha dell'assurdo. L'amore tra lui e Daisy sarebbe l'unica cosa coinvolgente ed emozionante. Il film mi ha portato a fare una riflessione sullo scorrere del tempo, non tanto in relazione alla sua anti-orarietà, ma per quanto riguarda il rapporto tra Benjamin e Daisy. Mi ricordo una frase che lei rivolge a lui: "Tutti prima o poi finiscono col pannolone". Se per un attimo chiudessi gli occhi, Benjamin potrebbe essere invecchiato e il modo in cui Daisy si prende cura del marito, potrebbe essere lo stesso con cui la vediamo prendersi cura di un neonato in fasce. A parte tutto e nonostante la durata, il film era da vedere.
Noto che ha riscosso un enorme successo fra chi l'ha visto...
Ah, una cosa che non ho capito: l'uragano ha un significato particolare? E poi, l'uomo che dice: "Sono stato colpito sette volte da un fulmine" mi ha fatto davvero ridere.
Coly
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